lunedì 17 luglio 2017

VOLEVO TACERE di Sándor Márai

Quando di un autore si è pubblicato tutto o quasi, si va in cerca allora di inediti, frammenti, articoli sparsi da raccogliere, lavori incompiuti che dovrebbero fare da corollario all’opera omnia del medesimo. Il più delle volte queste operazioni editoriali deludono chi a quell’autore si è affezionato e chi ne ama lo stile e il cliché. Questo non avviene per Volevo tacere di Sándor Márai. Scritto tra il 1949 e il 1950, il lavoro è stato ritrovato tra le carte depositate presso il Museo della letteratura Petőfi di Budapest. Si tratta di un diario ragionato che va a completare il ciclo di memorie costituito da Confessioni di un borghese e Terra, terra!... Sono probabilmente le pagine più amare che Márai scrive a ricordo dei momenti che hanno travolto l’Ungheria nel corso del secondo conflitto mondiale. Tanto più amare quanto più trapela, da queste pagine, uno sviscerato amore per la sua terra, per la sua lingua, per la sua gente, e per il ceto sociale al quale si onora di appartenere: la borghesia. La Storia che entra di prepotenza nella vita privata dell’autore non impedisce a questi di rivelare sentimenti e vicende private che si intrecciano con i grandi eventi e ne influenzano la lettura.

Budapest - Parlamento
Tutto comincia con le dimissioni di Schuschnigg l’ultimo difensore dell’indipendenza e dell’autonomia austriache rispetto all’invadenza tedesca.  L’Italia resta con l’arma al piede e non rispetta i Protocolli di Roma che avrebbero dovuto garantire un aiuto all’Austria in caso di invasione; la strada per l’Anschluss è aperta, Hitler entra a Vienna senza sparare un colpo, accolto trionfalmente dalla folla. Il racconto di Márai comincia da quel giorno. Un giorno in cui la vita a Budapest sembra ferma, quasi sospesa. Tutto continua come se non fosse successo niente. Eppure l’eco di quanto avviene in Austria alberga nei cuori, negli animi di chi si pone domande; serpeggiano il dubbio, il timore per il futuro. Lo sconcerto e la riprovazione per quanto è avvenuto vengono esibiti nei discorsi in società, nelle stanze della politica, nelle chiacchiere di strada. Ma un sentimento serpeggia in molti imprenditori, latifondisti, commercianti, nobili o di borghesia arricchita: Hitler è una garanzia contro il bolscevismo. È una specie di vaccino antisovietico che sotto sotto piace a molti e che soprattutto trova terreno fertile nei rappresentanti dell’Ungheria feudale. Esistono ancora parecchie persone, perfino in posizioni di una certa responsabilità, convinte che una qualche forma di nazismo possa costituire un argine al bolscevismo. (Traduzione di Laura Sgarioto).


Budapest - Riva del Danubio - Memoriale del massacro di ebrei ungheresi compiuto dalle Croci Frecciate -
 Opera del regista Can Togay e dello scultore Gyula Pauer - (Immagine Pixabay).
Ma molti Ungheresi presentono la tragedia che si sta per abbattere su un paese che da un lato si trova ad essere desiderato come alleato da un Führer scomodo e pericoloso, mentre dall’altro si trova a confinare con una potenza di cui teme la forza e l’ideologia. In realtà molti cittadini, tra cui l’autore, non riusciranno neanche a gioire per i due Arbitrati di Vienna che restituiranno l’Alta Ungheria e la Transilvania ai Magiari, terre che erano state sottratte loro dal trattato di Trianon. Così quando Sándor Márai finalmente potrà rientrare a Kassa, sua città natale nell’Alta Ungheria, (oggi Košice in Slovacchia) capirà bene che le intenzioni di Hitler sono quelle di coinvolgere l’Ungheria in una rovinosa guerra contro l’Unione Sovietica.

Budapest - Ponte della Libertà
È incredibile come, parlando con un anziano politico, Sándor Márai prospetti l’idea di un’unione tra i paesi dell’Europa come unico modo per evitare la guerra nel vecchio continente. Se un giorno in Europa occidentale si avrà un’unione doganale fra territori più vasti, fra paesi diversi, o addirittura una moneta comune, già questo basterà a far sì che col tempo i confini nazionali diventino puramente virtuali, e neppure i popoli danubiani potranno sottrarsi a un simile esempio. (Traduzione di Laura Sgarioto). L’anziano e smaliziato politico risponderà “Il mondo è materia infiammabile… Non è possibile rinchiuderlo nelle casseforti ignifughe di progetti e accordi”. Un progetto ante litteram di Unione Europea lo troviamo anche nelle testimonianze raccolte da Paolo Rumiz nel suo Gulaschkanone (post precedente). Purtroppo ora che l’Unione Europea esiste e in qualche modo ha dato a questo continente sessant’anni di pace e benessere ci sono, direbbe Márai, esseri curiosi, intenti a maneggiare con prometeica malignità la materia infiammabile del mondo […] e per fargli prendere fuoco basta una volta sola, un solo uomo, con un singolo cerino acceso. E dopo le lezioni di Hiroshima e di Bikini non è più una paura del tutto immotivata.
Márai racconta la Storia con la stessa forza della sua narrativa. Conduce un’analisi attenta non solo dei fatti, ma anche delle emozioni e dei sentimenti che i protagonisti di quella tragedia collettiva hanno provato. Egli non manca di mescolare il proprio stato d’animo, le sue vicende personali più intime, i suoi dolori, con quelli del popolo magiaro e della sua classe sociale. Il libro che ne risulta è molto di più che una testimonianza, o un semplice diario, esso è bensì un romanzo affresco, dalla nervatura tragicamente realistica, che si rivela spesso profetico, vista la natura umana così incline a perseverare negli errori del passato.
© Maurizio Ceccarani 2017


www.adelphi.it
Sándor Márai, Volevo tacere, Milano, Adelphi, 2017

lunedì 26 giugno 2017

GULASCHKANONE di Paolo Rumiz

I fantasmi esistono. Dipendono da noi. Siamo noi che possiamo dare loro la possibilità di parlare, cercandoli nelle pieghe del ricordo, nei luoghi delle loro esistenze, nel rispetto della memoria, nello stupore della testimonianza, nella dolcezza della pietà e del calore umano. Allora, come in un rito medianico, come in un sortilegio, essi si animano, si materializzano e parlano con noi, attraverso di noi, ma con la loro voce. È questa l’operazione che fa Paolo Rumiz, in Gulaschkanone, edito da Feltrinelli nella collana ZOOM Wide, la collana esclusivamente digitale dell’editore milanese. L’autore triestino torna sulle tracce dolorose del fronte orientale della Grande Guerra con un testo tanto insolito, quanto necessario e di una potenza letteraria straordinaria. Nel corso della scrittura di Come cavalli che dormono in piedi (post del 18/1/2015)Rumiz ha raccolto un immenso materiale di testimonianze: interviste, fotografie, libri, oggetti, storie raccontate spontaneamente da nipoti di reduci e caduti. Sfruttando queste testimonianze, egli passa dalla narrazione alla rappresentazione, e i fantasmi prendono corpo. Su un palco che ricorda più il luogo di un rito che un teatro, si muovono il narratore; il lettore; un musicista che con la chitarra crea un’atmosfera propiziatoria; Ferruccio, il nonno dell’autore, guida silenziosa e necessaria ad oltrepassare la linea d’ombra. A questi personaggi va aggiunto un pubblico che non è nascosto dal buio della platea, bensì in luce, in quanto presenza indispensabile per la riuscita del sortilegio.

Gulaschkanone è tratto dal canovaccio della messa in scena ispirata al libro, a cura del Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia. Lo specifico teatrale dà a Rumiz la possibilità di far muovere i suoi fantasmi, di farli parlare e interagire. Non si tratta di una commemorazione, né tantomeno di una celebrazione. Si tratta di un incontro, - magico, - con le migliaia di soldati morti sul fronte della Galizia. Soldati spazzati via dalle loro precarie sepolture dai bulldozer sovietici, cancellati per l'imbarazzo della sconfitta dagli Austriaci, dimenticati per l'imbarazzo della “divisa sbagliata” dagli Italiani che invece combattevano alleati ai russi, caduti occultati dalla memoria storica di eventi che hanno predominato, come la battaglia di Verdun, o al Rivoluzione russa, o Caporetto. Ma sui Carpazi ancora esistono piccoli cimiteri di guerra, dove riposano soldati con divise diverse; dove riposano gli uomini di un’Europa che non esiste più. Un’Europa straordinariamente unita da una rete capillare di treni, da fiumi lenti e sinuosi, da immense pianure dai confini incerti. Un’Europa di popoli di lingue e nazionalità diverse e dalle cittadinanze mobili, provvisorie. Sulle tombe di quei cimiteri, la mano pietosa, il cuore generoso, la mente aperta possono ancora accendere un lumino. Un gesto semplice, umile, modesto, ma grande testimonianza di civiltà.
http://www.feltrinellieditore.it/news/2017/06/07/una-storia-inedita-di-paolo-rumiz-solo-ebook/
Il Gulaschkanone era la cucina da campo austroungarica, un marchingegno su ruote che inghiottiva carne animale e sputava spezzatino. Inutile dire che è la triste metafora di una guerra che ha macellato milioni di uomini: il Gulaschkanone che produce Kanonengulasch! Spezzatino di uomini che non avevano nessun motivo per uccidersi. Ora dall’humus di quelle ossa maturano albicocche e mirtilli, le pianure in fiore non sembrano avere confini e, in realtà non dovrebbero averne. Un’Europa Unita, almeno sulla carta, dovrebbe rassicurare gli animi delle genti del vecchio continente. Eppure, a cento anni di distanza, la situazione è questa: Bande armate in libertà, attentati, il Mediterraneo pieno di morti, masse in fuga che non sanno dove andare… E che dire di questo imbarbarimento del linguaggio, e di questo stato d’emergenza ormai generale, e dell’indebitamento che cresce… E ancora questa nostra Unione che si disintegra a cuor leggero, e le potenze intorno fiutano avidamente il nostro vuoto politico con una voglia matta di riempirlo… Ma chi porta uomini pacifici a sbudellarsi in guerra? Chi sono i grandi burattinai che decidono i destini? Un mese prima dell’attentato di Sarajevo un certo Edmondo Richetti von Terralba, nominato Conte da Francesco Giuseppe, amministratore delegato del grande colosso delle Assicurazioni Generali, aveva analizzato la situazione dei debiti e delle spese militari dei paesi sovrani e aveva redatto un documento che riportava il facile ottimismo di allora alla realtà di una futura Katastrophe. Tale catastrofe, secondo il Richetti si sarebbe potuta evitare solo con l’unione solidale dei popoli europei. Quarant'anni prima della fondazione dell’Unione era stata vista questa soluzione. Purtroppo la storia sembra vichianamente ripetersi. Ora che l’Unione scricchiola, ora che i muri si stanno rialzando e gli interessi politici ed economici dei soliti burattinai ci stanno avviando verso una nuova Katastrophe, ci chiediamo cosa possiamo fare; ci chiediamo se è ancora possibile tenerli insieme questi popoli e il Gulaschkanone lasciarlo arrugginire in magazzino.
© Maurizio Ceccarani 2017
http://www.feltrinellieditore.it/opera/collana/zoom-wide/
Paolo Rumiz, Gulaschkanone, (a cura del Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia, Trieste 2016), Milano, Feltrinelli ZOOM Wide, 2017

lunedì 12 giugno 2017

HOMO FABER di Max Frisch

(Il seguente articolo per una sua intrinseca necessità contiene spoiler).

Ci sono libri che bisognerebbe periodicamente ripubblicare, ogni venti - trent’anni, magari con una nuova traduzione, e periodicamente rileggere. Homo faber di Max Frisch è uno di questi. Lo lessi per la prima volta nel ’91 e rimasi affascinato dalla figura di Walter Faber, questo ingegnere ultra razionalista e pragmatico che viene travolto da eventi a cui la ragione non può mettere argine. Rileggendo il libro nella nuova traduzione di Margherita Carbonaro, a distanza di tutti questi anni, l’incanto è rimasto invariato; solo che una maggiore maturità mi ha fatto scoprire aspetti profondi che a una prima lettura avevo trascurato, e che ora mi fanno collocare questo libro tra i famosi dieci che uno porterebbe con sé su un’isola deserta.
Super-Constellation (Immagine Pixabay)
Prima di tutto, sinteticamente, la trama. Walter Faber, ingegnere di successo, ha una visione del mondo estremamente pratica e razionale. Non legge romanzi, non si interessa all'arte, e le donne per lui hanno un ruolo ben definito che non concede spazi a legami sentimentali troppo forti; tutto per lui è regolato dalle leggi della fisica e tutto è misurabile in termini statistici. Walter conosce Herbert Hencke, durante un volo verso l’America centrale, ma il Super-Constellation su cui volano è costretto a un atterraggio di fortuna nel deserto e, durante la lunga e noiosa attesa dei soccorsi, scopre che Herbert è fratello di Joachim, suo vecchio amico. Trovandosi in un momento di pausa dal lavoro, decide di accompagnare Herbert da Joachim che conduce una piantagione nella giungla guatemalteca. Dopo un viaggio avventuroso, finalmente i due trovano Joachim che si è impiccato a un filo di ferro senza che se ne comprendano le ragioni. Joachim è stato sposato con Hanna, passato amore di Walter. Essendo Joachim medico, Walter prima di lasciarsi con Hanna, l’aveva raccomandata a lui per farla abortire del figlio frutto della loro relazione. Sarà su una nave diretta in Europa che Walter conosce una ragazza di nome Elisabeth, da lui chiamata Sabeth. La ragazza è giovanissima e dopo una schermaglia giocosa in cui si misurano la freschezza di lei e lo stupore di lui, si instaura tra i due una relazione amorosa che culmina in un viaggio in Italia e in Grecia. Walter, in quel momento, non sa che Sabeth è sua figlia, perché Hanna prima di sposarsi con Joachim non ha abortito.  La tragedia si consuma in Grecia. Sabeth viene morsa da un serpente sulla spiaggia, mentre Walter sta facendo nudo il bagno. Alle grida della ragazza lui si precipita per soccorrerla, ma la ragazza in stato confusionale lo respinge, cade, e batte la testa. Morirà qualche giorno dopo in ospedale, non per il morso, ma per la ferita alla testa non diagnosticata. A questo punto ricompare Hanna.
Sfinge (Immagine Pixabay)
Ma con la trama è meglio fermarci qui, perché c’è già abbastanza materiale per riflettere. Sembra evidente che ci troviamo di fronte a una tragedia, (in fondo Max Frisch è più noto come drammaturgo che romanziere), e in particolare una tragedia greca. Vuoi perché culmina proprio in Grecia, vuoi perché il mito di Edipo fa da padrone.  Ma non c’è coup de théâtre, l’io narrante ci dice quasi subito che Sabeth è sua figlia, anche se ovviamente questa conoscenza è retrospettiva. Infatti il sottotitolo del romanzo è Un resoconto, una sorta di meditazione per capire come è potuto succedere un fatto così assurdo, e per cercare una qualche ragione di innocenza. Quella di Edipo è una tragedia del destino, egli si congiunge carnalmente alla madre perché non sa, anche se, a ben vedere, una specie di attrazione fatale, di bisogno di ricongiungimento, proprio perché è stato abbandonato e rifiutato, potrebbe essere valutata come componente di questo destino. Per Walter Faber, che incarna una sorta di Edipo rovesciato, le cose stanno diversamente. È importante prima di tutto tracciare meglio la personalità di questo straordinario personaggio. Egli ha una visione razionale della realtà, ma non è assolutamente un cinico, per lui c’è un posto per ogni cosa e ogni cosa deve stare al suo posto. Prova un certo disgusto per il miscuglio di vita e di morte che gli si presenta nel corso della sua avventura nella giungla, una natura dionisiaca invadente e incontrollabile. In fondo si è laureato con una tesi sull'importanza del Diavoletto di Maxwell, teoria che cita spesso nel corso della narrazione. La teoria del fisico scozzese, se confermata, porterebbe a contraddire il secondo principio della termodinamica, in particolare porterebbe a un controllo dell’entropia, ovvero del disordine cui tendono i tutti i sistemi. Ma è solo un’ipotesi, una teoria, un esperimento mentale. Quello di Faber è il sogno di un mondo ordinato, apollineo, che viene sconvolto dall'ingresso del caos, dall'imprevedibile, da ciò che statisticamente ha una probabilità bassissima di accadere. Se la colpa di Edipo è il non sapere, quella di Walter Faber è il pensare di sapere, ovvero la presunzione di dare un ordine alla realtà. Egli non forza la relazione con Sabeth, ma vi scivola ineluttabilmente. Sembra essere più la ragazza ad avere quell'attrazione fatale che dà una mano al destino: in fondo è vissuta senza padre o meglio con Joachim, con cui aveva un buon rapporto sì, ma dal quale è stata sempre tenuta a distanza: Joachim voleva un figlio suo da Hanna. C’è un però che rende diverso Faber da Edipo: durante lo sviluppo della relazione con Sabeth, egli viene a sapere che la ragazza è figlia di Hanna ma, convinto che Hanna abbia abortito, pensa che il padre sia Joachim.
Molecole (Immagine Pixabay)
 Forse sono un vigliacco. Non osavo dire o chiedere altro di Joachim. Facevo calcoli dentro di me (parlando nel frattempo più del solito, credo), ininterrottamente, finché il calcolo ottenne l’esito voluto: poteva essere soltanto figlia di Joachim! Non so come avessi calcolato; aggiustai le date fino a farlo quadrare, il calcolo in sé. In pizzeria, Sabeth si era allontanata un po’, mi divertii a verificarlo per iscritto. Quadrava; avevo scelto le date (la comunicazione di Hanna che aspettava un bambino e la mia partenza per Baghdad) in modo che funzionasse; solo la data di nascita di Sabeth era fissa, il resto si combinava a puntino, e finalmente mi sentii sollevato. (Traduzione di Margherita Carbonaro).

Questo è il peccato di Faber: la supposizione di poter ordinare la realtà, che è più o meno l’equivalente del Diavoletto di Maxwell che interviene sul disordine entropico del sistema. Edipo non sa, Faber crede di sapere.
Edizione del 1991 per la traduzione di Aloisio Rendi
Nella seconda parte del libro la prosa, dapprima agile e frammentata, raggiunge toni di mirabile lirismo. Il racconto diventa struggente. Riemerge, dai filmini girati durante il viaggio, il volto di Elisabeth, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue mani. Si consuma tutto il disorientamento di Faber che ormai, nel dolore, scopre l’amore, di padre o di amante poco importa, si tratta di amore per un essere delizioso che ormai non c’è più, forse per colpa sua. La figura di Hanna domina sulle ultime pagine. L’ex compagna di Faber, la madre di Elisabeth, straziata dal dolore si scaglia in un primo momento contro l’ex amante, ma poi si rende conto che questi è l’unica persona con cui condividere il dolore e rilascia una confessione che in parte riscatta Faber. Hanna ha sempre considerato Elisabeth esclusivamente sua, le ha sempre negato un padre, e lo stesso Joachim, che desiderava un figlio da lei, è stato in qualche modo escluso: Hanna si è fatta sterilizzare. Elisabeth doveva essere solo figlia di Hanna, unica figlia di Hanna, senza un padre, neanche Faber poteva essere considerato tale, mai Hanna ha accennato a lui nell'allevare Elisabeth. Faber è padre di Elisabeth, ma non lo è moralmente. Questo non lenisce certo la sofferenza di quest’uomo che si avvia, ormai malato, verso un intervento chirurgico che non lascia presagire niente di buono e che è destinato, probabilmente, a ristabilire quell'ordine che il finale di ogni tragedia greca esige.
© Maurizio Ceccarani 2017
Edizione del 2017 per la traduzione di Margherita Carbonaro
 www.feltrinellieditore.it/
Max Frisch, Homo Faber - Un resoconto, traduzione di Margherita Carbonaro, Milano, Feltrinelli, 2017

mercoledì 26 aprile 2017

IL SEGRETO DEL FIGLIO - Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati

C’è un verso di una vecchia canzone di De Gregori che dice “è del mondo che sono figli i figli”. L’ho sempre trovato vero, ma solo leggendo Il segreto del figlio di Recalcati ne ho percepito la profondità e la portata. Anche alcuni versi de Il profeta di Gibran sono tornati alla mente: E una donna che reggeva un bambino al seno disse:/ Parlaci dei Figli./ E lui disse:/ I vostri figli non sono vostri./ Sono i figli dell’ardore che la Vita ha di se stessa./ Essi vengono attraverso di voi ma non da Voi./ E sebbene siano con voi non vi appartengono. Affermazioni queste che pesano come macigni sui cuori di possessivi genitori che vedono l’allontanamento del figlio come una perdita, un lutto da elaborare. Nella società moderna la figura del padre (come per altri versi quella dell’insegnante, vedi in questo blog L’ora di lezione di M. Recalcati) ha perso il suo carattere di legge, di autorità assoluta, per altro repressiva e dannosa. Essa si è sbiadita in un atteggiamento empatico che, nell’immedesimazione della figura del figlio, cerca di spianare la strada a quest’ultimo, di parare per lui tutti i colpi che la vita può inferire.
Forse, questo accade nell’illusione che percorrendo insieme al figlio la sua strada, non ci sia un suo effettivo allontanamento. In realtà in questo modo non si fa che dissolvere il senso di una legge che, se prima rischiava di essere trasgredita (e forse era nata proprio per questo), ora non esiste più. E la sua non esistenza non genera il rimorso per averla violata e quindi il senso di responsabilità.
Immagine Pixabay
Massimo Recalcati studia il rapporto padre-figlio attraverso una profonda analisi della tragedia di Edipo e della parabola lucana del Figlio perso e ritrovato. La condizione di figlio coincide con la condizione stessa di essere umano. Si può essere o no padri, fratelli, sorelle eccetera, ma ognuno di noi è fatalmente figlio e, pur volendo affermare la propria soggettività di essere umano, porta in sé un’eredità, un’impronta dell’Altro. Questa eredità è destinata però non a perpetuarsi, bensì a trasformarsi, a diventare qualcosa che è racchiuso gelosamente nel segreto del figlio, qualcosa che nessun genitore è in grado vedere. La vita non può essere un automatico ripetersi, una pioggia di atomi che scendono parallelamente e non si incontrano mai (per dirla con Lucrezio). L’alterare la legge del padre corrisponde al clinamen necessario a che gli atomi si incontrino per generare il nuovo.

Nella tragedia di Sofocle, Edipo è vittima colpevole. Egli agisce senza sapere e, una volta cercata e ottenuta la verità, è sopraffatto dal senso di colpa e si infligge una punizione tremenda. La sua colpa consiste nell’impossibilità di conoscere le sue radici. La vita del figlio deve oltrepassare la vita del padre, sancirne simbolicamente la morte. Ma questa realtà, rivelata dall’oracolo, non è accettata da Laio: egli reagisce al suo destino di morte, per mano del figlio, esigendo la morte del figlio. Egli non è in grado di riconoscere nel figlio il mistero minaccioso e al contempo fulgido e fecondo che ogni figlio è per i suoi genitori. Ma quella di Edipo è una tragedia del destino, è un meccanismo ad orologeria a cui non si può sfuggire: la soluzione dell’infanticidio genera a sua volta il parricidio.
Immagine pixabay
Il padre della parabola lucana rispetta il segreto del figlio. Per farlo va contro la stessa legge ebraica che prevede un rigido codice di successione. Spartisce le sue risorse prima della sua stessa morte, accettando simbolicamente questa già da vivo. Il figlio affronterà uno sciagurato destino, ma sarà un destino tutto suo, frutto della sua scelta. Quando stremato e affamato il figliol prodigo farà ritorno, nella speranza di prendere un posto tra i servi del padre, lo aspetteranno, insperati, una festa e il perdono. Il figlio non torna nella speranza del perdono, bensì nella speranza di un trattamento che gli permetta la sopravvivenza. Troverà qualcosa di più grande e non cercato: il perdono appunto. Il pentimento verrà dopo; come dice Recalcati, non è il pentimento che merita il perdono, ma è il perdono che causa il pentimento. Quindi, a loro volta, si generano anche il rimorso e il senso di responsabilità. Il perdono è l’atto d’amore più grande, è l’atto che avvicina a Dio o, se preferite, che umanizza la vita. È un atto rivoluzionario che se da un lato sospende una legge, dall’altro ne fonda una nuova. Il figliol prodigo affronta la vita a sue spese. Il padre accetta di morire un po’, perché il perdono è sempre un rinunciare a se stessi.
Rembrandt: Il ritorno del figlio prodigo - Fonte:https://it.wikipedia.org/wiki/Parabola_del_figlio_prodigo
 Il saggio di Recalcati fa riferimento a molte altre situazioni emblematiche, come quella di Amleto e di Abramo e Isacco, ci conduce nei meandri di una delle relazioni affettive più complesse, in cui spesso i comportamenti vengono dati per scontati. Tra l'altro non manca un attento esame del quadro di Rembrandt Il ritorno del figlio prodigo. Si tratta di un percorso affascinate, di gradevole lettura e sostenuto da un apparato bibliografico di grande rilievo. Non siamo di fronte all’ennesimo manuale per imparare ad essere genitori, ma a una profonda riflessione sul senso della genitorialità che, come emerge da più parti del libro, si sta diluendo nel liquido di baumaniana memoria di cui sembra essere costituita questa nostra ipermoderna società.
© Maurizio Ceccarani 2017
http://www.feltrinellieditore.it
Massimo Recalcati, Il segreto del figlio - Da Edipo al figlio ritrovato, Milano, Feltrinelli, 2017

lunedì 27 marzo 2017

FAVOLE FUORILEGGE di Nicolai Lilin

La scrittura di Nicolai Lilin fu argomento del primo post di questo blog. Da allora Il gufo ignorante ha recensito tutte le opere che questo autore ha pubblicato. Abbiamo seguito la sua evoluzione dal romanzo autoreferente in prima persona alla narrazione in terza persona (Le guerre di Kolima 13/6/14), abbiamo visto come in qualche modo Lilin abbia fondato un genere che potremmo definire criminal siberiano (Kyle vs Lilin - ovvero la solitudine del cecchino 7/1/15; Spy story love story 21/7/16 . Abbiamo visto in Un tappeto di boschi selvaggi il suo album di ricordi che traccia un percorso biografico alla base delle tematiche a lui care (Essere Nicolai Lilin - ovvero i boschi di Kolima 8/11/15). Insomma Lilin pur riproponendo spesso quelli che sono elementi fondanti di una sua mitologia personale, ha cercato sempre di rinnovarsi. Egli è un artista multitasking: disegna coltelli per note fabbriche di lame, disegna ed esegue tatuaggi in stile criminale e, ultimamente si dedica al disegno di monili, inutile dirlo, sempre in tema criminale. Lilin si occupa anche di questioni sociali e politiche, ha condotto e conduce talk show televisivi su argomenti di politica internazionale. In altre parole ha saputo costruirsi addosso un personaggio dai tratti complessi ma non contraddittori, pertanto non ci stupisce che sia apparso un volumetto in cui ci racconta le favole della tradizione criminale siberiana. La cultura russa è prodiga di fiabe e favole, ne annovera di bellissime, tutte radicate nel substrato popolare e contadino che, ancora oggi, costituisce una nervatura socio economica importante dell’immensa provincia russa. Basti pensare a titoli famosi come Vassilissa la bella, La rana zarina, La favola del principe Ivan, ecc. A queste storie condivise dall’establishment culturale, si affiancano ora le storie conservate nella memoria di una famiglia criminale, con la stessa dignità di quelle classiche famose: perché la cultura popolare semplicemente è, e non può essere considerata né buona né cattiva.
 A questo punto si potrebbe fare una precisazione sull’opportunità di chiamare fiabe o favole quelle che Lilin ci racconta. In realtà lo stesso editore usa entrambi i termini e forse è giusto così. Per alcuni versi le brevi narrazioni di Lilin rispettano le caratteristiche della fiaba studiate da Propp. In un tempo sospeso e collocato molto lontano abbiamo antagonisti, aiutanti, oppositori, oggetti magici, personaggi fatati e demoniaci. Questi elementi però si fondono spesso con animali parlanti, con riferimenti geografici (per es. Il fiume Lena) e soprattutto con l’esigenza di trasmettere una morale, caratteristica questa più propria della favola. Ne risulta una narrazione che ha tutta la suspense e il carisma del racconto fiabesco, un racconto che viene da lontano, che ha le sue radici nella memoria ancestrale di un popolo, ma nello stesso tempo si propone come racconto gradevole e didatticamente motivato. Sì perché in fondo, in questi racconti in cui convivono Amba, il grande creatore e spirito della Siberia, che si manifesta sotto forma di tigre, e la Madonna giustiziera che vendica i criminali onesti, quello che più ci interessa è la morale. E la morale c’è, è lì, perfetta, limpida, e come sempre distingue i buoni dai cattivi.

Tigre dell'Amur, detta tigre siberiana. Immagine Pixabay
Nel caso di favole ad uso di piccoli criminali che crescono, la morale si direbbe rovesciata, ma fino a un certo punto. Se i cattivi, nell’accezione comune, sono i criminali, e se i criminali sono onesti, ci troviamo di fronte a una sorta di doppia negazione che restituisce un ruolo positivo a chi per antonomasia non lo ha mai avuto. Questi criminali sono onesti perché rispettano un rigido codice di comportamento; cosa che non fa altrettanto il potere, che le regole le stabilisce e le trasgredisce continuamente. I criminali assumono una loro aura di legittimità nel momento in cui lottano contro il potere, molto spesso rappresentato, in queste favole, da Zar lontani, ricchi, bizzarri, e arroganti che hanno in spregio lo stesso popolo che dovrebbero proteggere. La Siberia è terra di taighe e paludi, di fiumi e steppe ma è, soprattutto, terra sconfinata. Contesa nell’antichità da imperi nomadi, e definitivamente conquistata dai Russi tra il XVI e il XVII secolo, questa terra ha maturato una vocazione all’intolleranza nei confronti di ogni potere, una sorta di anarchia che trova le sue regole solo nelle leggi ferree della natura.

Se in queste favole siberiane, che hanno origine in tempi antichi, il potere da combattere è spesso identificato negli Zar e nei loro aguzzini, nei romanzi di Lilin, vedi Educazione siberiana e successivi, il potere è identificato nel regime sovietico e, soprattutto nella la polizia che di quel regime è la rappresentanza più vicina al cittadino. Nelle storie di ambientazione più recente invece il potere è identificato in una grande e oscura lobby a cavallo tra la finanza mondiale e organizzazioni di criminali, questa volta però disonesti. In altre parole anche se la realtà è rovesciata, anche se si parla di fuorilegge, è sempre chiaro chi sono i buoni e i cattivi. Chi segue la via della corruzione chi quella naturale del rispetto delle regole e del senso sacro della natura.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.einaudi.it
Nicolai Lilin, Favole fuorilegge, Torino, Einaudi, 2017

lunedì 13 marzo 2017

MARTA RUSSO - Il mistero della Sapienza - di Mauro Valentini

Finito di leggere, chiudo il libro di Mauro Valentini. Sulla copertina riappare il bel volto di Marta che mi ha fatto compagnia nei giorni della lettura; appaiono di nuovo i suoi occhi malinconici, in cerca di un futuro difficile da scorgere. In quella foto sembra quasi presaga del fatto che qualcosa non sarebbe andato secondo i progetti, secondo le legittime speranze. A rubare il futuro a Marta Russo fu un proiettile autocostruito che, non si sa bene per quale motivo, vagava in un vialetto dell’Università La Sapienza di Roma, il 9 maggio del 1997. Marta stava camminando con Jolanda, una sua compagna di corso. Stavano progettando esami, parlavano di studio, di libri, di dispense da comprare. Dopo un sordo rumore Marta si accasciò al suolo, mentre l’amica, spaventata, cercava di ripararsi dietro le auto da possibili altri colpi. Non è lontana l’eco dei colpi esplosi a Roma negli anni di piombo; è facile, al momento pensare a qualche atto terroristico. In fondo è l’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, e di lì a qualche giorno cadrà l’anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi. Che ci fosse un rigurgito, un colpo di coda di quegli anni tremendi? Intanto Marta giace sull’asfalto della Sapienza e un rivolo di sangue le esce da dietro l’orecchio. La ragazza entrerà in coma profondo e morirà pochi giorni dopo. I suoi organi saranno donati, come da lei generosamente espresso quando era in vita. Quel proiettile sciagurato, malamente acconciato, si è frammentato nella testa di Marta e un piccolo frammento, solo un piccolo frammento, è stato quello che l’ha uccisa.
Università La Sapienza di Roma
Mauro Valentini dopo 40 passi. L’omicidio di Antonella Di Veroli e Cianuro a San Lorenzo. La storia di Francesca Moretti (recensito in questo blog), si dedica, con Marta Russo – Il mistero della Sapienza, alla ricostruzione meticolosa dei fatti e del processo che tra il ’97 e il ’98 sconvolsero l’opinione pubblica, al punto che la vicenda fu seguita con notevole curiosità anche all’estero. A destare tanto scalpore fu l’assurdità del delitto e il luogo in cui questo si è consumato. Il luogo che avrebbe dovuto essere il tempio della cultura, e quindi dell’universalità del genere umano, si trasforma in un luogo di morte a causa di un colpo sparato a caso da una finestra, probabilmente senza movente. Le indagini furono affidate al sostituto procuratore Carlo Lasperanza e al procuratore aggiunto Italo Ormanni. La ricostruzione del fatto si mostrò subito complicata e portò a una conclusione ancora oggi in discussione. Il colpo poteva essere stato sparato da almeno una cinquantina di finestre. Il rilevamento di particelle con lo STUB fu tardivo e messo in dubbio da chi sosteneva che altre particelle simili erano reperibili su varie finestre a causa dell’inquinamento atmosferico. In ogni caso i magistrati individuarono la finestra dell’aula 6, utilizzata dagli assistenti di Filosofia del Diritto, come quella da cui era partito il colpo. Da questo punto l’Istruttoria fu tutta basata sulle testimonianze, tra cui la più famosa e determinante fu quella di Gabriella Alletto. Una testimonianza dapprima reticente e contraddittoria poi tanto meticolosa e puntuale da generare dubbi su come fosse possibile, a distanza di tempo, ricordare tanti particolari. Di lei si ricorda un drammatico interrogatorio videoregistrato, in cui è chiara una forte pressione sulla teste che, come altri in questa istruttoria, è trattata più come indagata che come persona informata sui fatti. A quell'interrogatorio, in cui l’Alletto nega di essere stata nell'aula 6, ne seguirà un altro in cui la teste descrive minuziosamente l’accaduto.

Circa nove mesi dopo l’uccisione di Marta, venne ritrovata casualmente, a seguito di lavori idraulici, in un’intercapedine dell’edificio del Rettorato, una Beretta calibro 22, lo stesso calibro che uccise la studentessa. In realtà non fu possibile, visto lo stato del reperto, effettuare dei rilievi che consentissero di stabilire un nesso con l’uccisione della ragazza. Qualcuno ipotizzò che fosse l’arma che aveva ucciso nel ’77 Giorgiana Masi, ma oltre a confondere le acque e a ipotizzare un pur labile collegamento tra le due morti, il ritrovamento non portò a nulla. Sarà la testimonianza di Gabriella Alletto a incidere pesantemente sulle decisioni della Corte che inflisse agli assistenti di Filosofia del Diritto Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro le condanne per omicidio colposo e favoreggiamento. Quando venne resa pubblica la cassetta videoregistrata con l’interrogatorio in cui l’Alletto nega quanto poi ritratterà, si scatenarono i media che cavalcarono un’onda innocentista con la stessa isteria collettiva con cui appena un mese prima cavalcavano quella colpevolista, convinti com’erano tutti dalle traiettorie e dalle particelle di bario. Ma nulla fermerà i PM, il processo continuerà nel suo percorso segnato.
Valentini ricostruisce con dovizia di particolari sia le fasi istruttorie che gli sviluppi processuali, mettendo in luce le falle e le contraddizioni delle indagini e del dibattimento. Ma nella narrazione, come è sua consuetudine, dimostra sempre grande rispetto e sincera umanità nei confronti di tutti i protagonisti di questa vicenda che, da quel 9 maggio, hanno visto le loro vite sconvolte. L’aspetto più interessante del libro è dato dagli scenari ipotizzati in alternativa a quelli prospettati dai due PM che, tra l’altro, subirono nel 2000 un processo per presunte irregolarità commesse nel corso dell’interrogatorio di Gabriella Alletto. I giudici furono scagionati per insussistenza del fatto, ma la vicenda lascia ancora dubbi. Quello più atroce è espresso nella prefazione del libro da Sandro Provvisionato in tre parole. Si tratta delle tre parole che sovvertono la regola aurea dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio” per sposare quella irragionevole ma purtroppo riconosciuta, del “libero convincimento”. Tre parole “innamoramento della tesi”.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.soveraedizioni.it
Mauro Valentini, Marta Russo – Il mistero sella Sapienza, Roma, Sovera Edizioni, 2016 

lunedì 23 gennaio 2017

ANATOMIA DI UN SOLDATO di Harry Parker

Gli oggetti hanno un senso perché noi attribuiamo loro una funzione, parliamo di loro, ne raccontiamo la storia. Ma quando sono gli oggetti a raccontare, vuol dire che ci troviamo in un mondo sbagliato, capovolto, un mondo in cui l’uomo ha perso il suo primato di ordinatore. È il mondo di una follia collettiva: è il mondo della guerra, un luogo frantumato, dove per costruire una storia devi raccogliere i pezzi di una realtà deflagrata e dove, tra questi pezzi, trovi spesso parti di corpo umano. L’interezza può essere raccontata dall’uomo, ma quando questa viene meno la parola passa agli oggetti, inerti, che ci circondano, perché loro hanno una qualità estranea all’uomo: sono innocenti.
 
Elaborazione da immagine Pixabay
La guerra di cui stiamo parlando è quella del soldato Tom Barnes capitano dell’esercito britannico di stanza in Afghanistan. Tom resta gravemente ferito, saltando su uno IED (Improvised Explosive Device) perde una gamba, mentre l’altra è fortemente compromessa, e riporta altre ferite in tutto il corpo. È La storia drammaticamente autobiografica dell’autore del libro: Harry Parker. Nel racconto però la parola è lasciata agli oggetti, un oggetto diverso per ognuno dei quarantacinque capitoli del libro. Quarantacinque punti di vista diversi, dannatamente oggettivi, e qui il gioco di parole è dovuto. Il racconto passa dallo zaino agli anfibi, dalla tasca di pronto soccorso alla batteria che innesca il detonatore, dall’interruttore per chiamare l’infermiere al visore notturno, dalla borsetta della madre di Tom alle protesi che dovrà indossare. La narrazione, a seconda dell’oggetto narrante, a volte è in terza persona altre volte in seconda persona, ma ciò che dà compattezza e uniformità al racconto in questa frammentazione di persone e punti di vista è una salda focalizzazione zero. Ogni voce narrante è onnisciente e restituisce una parte della storia, un aspetto del dolore, affinché il lettore possa ricomporne l’interezza. Quello che vuole rappresentare Parker è proprio l’idea di dissezione della realtà. Il racconto deve avere la freddezza del tavolo autoptico, ma nello stesso tempo trasmettere tutto il calore dello strazio, delle emozioni, dei sentimenti. La narrazione in seconda persona, in particolare, è riservata a quegli oggetti che hanno con Tom un rapporto più stretto, intimo direi, come per esempio il pulsante che serve a chiamare l’infermiere in un momento di sofferenza fisica, il catetere che penetra nell’uretra, la miscela nella sacca di plasma, o addirittura un non-oggetto (bensì creatura vivente, sebbene di infimo livello) come lo zigomicete che causerà l’infezione e quindi l’amputazione dell’altra gamba. Questo un passo narrato dal tubo che gli permette di respirare.

Il tuo piede sinistro non c’era più e dal polpaccio spuntavano schegge di osso. La tua gamba destra era aperta lungo l’interno e aveva delle ferite gonfie, glutinose in superficie. Il polpaccio destro era scomparso. Le braccia erano crivellate di buchi e sanguinavano. Il mignolo era appeso alla mano solo per un tendine. Sull’inguine avevi una ferita netta e lucida da cui colava sangue. Un testicolo era aperto in due, deformato e alieno. (Traduzione di Martina Testa).
Roma, 8-12-2016 - Harry Parker presenta il suo libro a Più libri - Fiera della piccola e media editoria.

 Il soldato Tom Barnes, viene chiamato per tutto il romanzo con il suo numero di matricola BA5799, quasi a sottolinearne la spersonalizzazione, quasi a voler ridurre anche lui ad oggetto. In questo modo l’autore prende le distanze da qualcosa di troppo personale e la guerra viene vista come dentro un acquario. L’effetto finale però, anziché allontanare il lettore, lo mette di fronte alla tragedia in tutta la sua interezza. Il no comment suggerito dalla scelta narrativa induce chi legge a prendere posizione, a lasciarsi coinvolgere da eventi lontani percepiti solo da qualche notiziario.  La vicenda di Tom, narrata con continui sbalzi spazio-temporali, si intreccia con quella delle persone che gli sono vicine e con quella dei nemici. Le figure che emergono dall’acquario sono tutt’altro che fredde: esse hanno paura, coraggio, rabbia, speranza. Particolarmente belli i personaggi di Latif e Faridun: due amici adolescenti coinvolti nella tragedia della guerra. Latif che collabora con i ribelli e Faridun la cui famiglia collabora con gli eserciti stranieri. Inutile dire che da questa situazione non usciranno vincitori, ma solo la consapevolezza delle proprie scelte e l’accettazione del proprio destino. “Non cambierei quello che mi è successo” dirà Tom alla madre “Ormai è parte di me”. Accettare il proprio destino con convinzione, anziché con rassegnazione, può essere l’atto più eroico di un uomo.
© Maurizio Ceccarani 2017  

www.edizionisur.it
Harry Parker, Anatomia di un soldato, Roma, SUR, 2016