mercoledì 26 aprile 2017

IL SEGRETO DEL FIGLIO - Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati

C’è un verso di una vecchia canzone di De Gregori che dice “è del mondo che sono figli i figli”. L’ho sempre trovato vero, ma solo leggendo Il segreto del figlio di Recalcati ne ho percepito la profondità e la portata. Anche alcuni versi de Il profeta di Gibran sono tornati alla mente: E una donna che reggeva un bambino al seno disse:/ Parlaci dei Figli./ E lui disse:/ I vostri figli non sono vostri./ Sono i figli dell’ardore che la Vita ha di se stessa./ Essi vengono attraverso di voi ma non da Voi./ E sebbene siano con voi non vi appartengono. Affermazioni queste che pesano come macigni sui cuori di possessivi genitori che vedono l’allontanamento del figlio come una perdita, un lutto da elaborare. Nella società moderna la figura del padre (come per altri versi quella dell’insegnante, vedi in questo blog L’ora di lezione di M. Recalcati) ha perso il suo carattere di legge, di autorità assoluta, per altro repressiva e dannosa. Essa si è sbiadita in un atteggiamento empatico che, nell’immedesimazione della figura del figlio, cerca di spianare la strada a quest’ultimo, di parare per lui tutti i colpi che la vita può inferire.
Forse, questo accade nell’illusione che percorrendo insieme al figlio la sua strada, non ci sia un suo effettivo allontanamento. In realtà in questo modo non si fa che dissolvere il senso di una legge che, se prima rischiava di essere trasgredita (e forse era nata proprio per questo), ora non esiste più. E la sua non esistenza non genera il rimorso per averla violata e quindi il senso di responsabilità.
Immagine Pixabay
Massimo Recalcati studia il rapporto padre-figlio attraverso una profonda analisi della tragedia di Edipo e della parabola lucana del Figlio perso e ritrovato. La condizione di figlio coincide con la condizione stessa di essere umano. Si può essere o no padri, fratelli, sorelle eccetera, ma ognuno di noi è fatalmente figlio e, pur volendo affermare la propria soggettività di essere umano, porta in sé un’eredità, un’impronta dell’Altro. Questa eredità è destinata però non a perpetuarsi, bensì a trasformarsi, a diventare qualcosa che è racchiuso gelosamente nel segreto del figlio, qualcosa che nessun genitore è in grado vedere. La vita non può essere un automatico ripetersi, una pioggia di atomi che scendono parallelamente e non si incontrano mai (per dirla con Lucrezio). L’alterare la legge del padre corrisponde al clinamen necessario a che gli atomi si incontrino per generare il nuovo.

Nella tragedia di Sofocle, Edipo è vittima colpevole. Egli agisce senza sapere e, una volta cercata e ottenuta la verità, è sopraffatto dal senso di colpa e si infligge una punizione tremenda. La sua colpa consiste nell’impossibilità di conoscere le sue radici. La vita del figlio deve oltrepassare la vita del padre, sancirne simbolicamente la morte. Ma questa realtà, rivelata dall’oracolo, non è accettata da Laio: egli reagisce al suo destino di morte, per mano del figlio, esigendo la morte del figlio. Egli non è in grado di riconoscere nel figlio il mistero minaccioso e al contempo fulgido e fecondo che ogni figlio è per i suoi genitori. Ma quella di Edipo è una tragedia del destino, è un meccanismo ad orologeria a cui non si può sfuggire: la soluzione dell’infanticidio genera a sua volta il parricidio.
Immagine pixabay
Il padre della parabola lucana rispetta il segreto del figlio. Per farlo va contro la stessa legge ebraica che prevede un rigido codice di successione. Spartisce le sue risorse prima della sua stessa morte, accettando simbolicamente questa già da vivo. Il figlio affronterà uno sciagurato destino, ma sarà un destino tutto suo, frutto della sua scelta. Quando stremato e affamato il figliol prodigo farà ritorno, nella speranza di prendere un posto tra i servi del padre, lo aspetteranno, insperati, una festa e il perdono. Il figlio non torna nella speranza del perdono, bensì nella speranza di un trattamento che gli permetta la sopravvivenza. Troverà qualcosa di più grande e non cercato: il perdono appunto. Il pentimento verrà dopo; come dice Recalcati, non è il pentimento che merita il perdono, ma è il perdono che causa il pentimento. Quindi, a loro volta, si generano anche il rimorso e il senso di responsabilità. Il perdono è l’atto d’amore più grande, è l’atto che avvicina a Dio o, se preferite, che umanizza la vita. È un atto rivoluzionario che se da un lato sospende una legge, dall’altro ne fonda una nuova. Il figliol prodigo affronta la vita a sue spese. Il padre accetta di morire un po’, perché il perdono è sempre un rinunciare a se stessi.
Rembrandt: Il ritorno del figlio prodigo - Fonte:https://it.wikipedia.org/wiki/Parabola_del_figlio_prodigo
 Il saggio di Recalcati fa riferimento a molte altre situazioni emblematiche, come quella di Amleto e di Abramo e Isacco, ci conduce nei meandri di una delle relazioni affettive più complesse, in cui spesso i comportamenti vengono dati per scontati. Tra l'altro non manca un attento esame del quadro di Rembrandt Il ritorno del figlio prodigo. Si tratta di un percorso affascinate, di gradevole lettura e sostenuto da un apparato bibliografico di grande rilievo. Non siamo di fronte all’ennesimo manuale per imparare ad essere genitori, ma a una profonda riflessione sul senso della genitorialità che, come emerge da più parti del libro, si sta diluendo nel liquido di baumaniana memoria di cui sembra essere costituita questa nostra ipermoderna società.
© Maurizio Ceccarani 2017
http://www.feltrinellieditore.it
Massimo Recalcati, Il segreto del figlio - Da Edipo al figlio ritrovato, Milano, Feltrinelli, 2017

lunedì 27 marzo 2017

FAVOLE FUORILEGGE di Nicolai Lilin

La scrittura di Nicolai Lilin fu argomento del primo post di questo blog. Da allora Il gufo ignorante ha recensito tutte le opere che questo autore ha pubblicato. Abbiamo seguito la sua evoluzione dal romanzo autoreferente in prima persona alla narrazione in terza persona (Le guerre di Kolima 13/6/14), abbiamo visto come in qualche modo Lilin abbia fondato un genere che potremmo definire criminal siberiano (Kyle vs Lilin - ovvero la solitudine del cecchino 7/1/15; Spy story love story 21/7/16 . Abbiamo visto in Un tappeto di boschi selvaggi il suo album di ricordi che traccia un percorso biografico alla base delle tematiche a lui care (Essere Nicolai Lilin - ovvero i boschi di Kolima 8/11/15). Insomma Lilin pur riproponendo spesso quelli che sono elementi fondanti di una sua mitologia personale, ha cercato sempre di rinnovarsi. Egli è un artista multitasking: disegna coltelli per note fabbriche di lame, disegna ed esegue tatuaggi in stile criminale e, ultimamente si dedica al disegno di monili, inutile dirlo, sempre in tema criminale. Lilin si occupa anche di questioni sociali e politiche, ha condotto e conduce talk show televisivi su argomenti di politica internazionale. In altre parole ha saputo costruirsi addosso un personaggio dai tratti complessi ma non contraddittori, pertanto non ci stupisce che sia apparso un volumetto in cui ci racconta le favole della tradizione criminale siberiana. La cultura russa è prodiga di fiabe e favole, ne annovera di bellissime, tutte radicate nel substrato popolare e contadino che, ancora oggi, costituisce una nervatura socio economica importante dell’immensa provincia russa. Basti pensare a titoli famosi come Vassilissa la bella, La rana zarina, La favola del principe Ivan, ecc. A queste storie condivise dall’establishment culturale, si affiancano ora le storie conservate nella memoria di una famiglia criminale, con la stessa dignità di quelle classiche famose: perché la cultura popolare semplicemente è, e non può essere considerata né buona né cattiva.
 A questo punto si potrebbe fare una precisazione sull’opportunità di chiamare fiabe o favole quelle che Lilin ci racconta. In realtà lo stesso editore usa entrambi i termini e forse è giusto così. Per alcuni versi le brevi narrazioni di Lilin rispettano le caratteristiche della fiaba studiate da Propp. In un tempo sospeso e collocato molto lontano abbiamo antagonisti, aiutanti, oppositori, oggetti magici, personaggi fatati e demoniaci. Questi elementi però si fondono spesso con animali parlanti, con riferimenti geografici (per es. Il fiume Lena) e soprattutto con l’esigenza di trasmettere una morale, caratteristica questa più propria della favola. Ne risulta una narrazione che ha tutta la suspense e il carisma del racconto fiabesco, un racconto che viene da lontano, che ha le sue radici nella memoria ancestrale di un popolo, ma nello stesso tempo si propone come racconto gradevole e didatticamente motivato. Sì perché in fondo, in questi racconti in cui convivono Amba, il grande creatore e spirito della Siberia, che si manifesta sotto forma di tigre, e la Madonna giustiziera che vendica i criminali onesti, quello che più ci interessa è la morale. E la morale c’è, è lì, perfetta, limpida, e come sempre distingue i buoni dai cattivi.

Tigre dell'Amur, detta tigre siberiana. Immagine Pixabay
Nel caso di favole ad uso di piccoli criminali che crescono, la morale si direbbe rovesciata, ma fino a un certo punto. Se i cattivi, nell’accezione comune, sono i criminali, e se i criminali sono onesti, ci troviamo di fronte a una sorta di doppia negazione che restituisce un ruolo positivo a chi per antonomasia non lo ha mai avuto. Questi criminali sono onesti perché rispettano un rigido codice di comportamento; cosa che non fa altrettanto il potere, che le regole le stabilisce e le trasgredisce continuamente. I criminali assumono una loro aura di legittimità nel momento in cui lottano contro il potere, molto spesso rappresentato, in queste favole, da Zar lontani, ricchi, bizzarri, e arroganti che hanno in spregio lo stesso popolo che dovrebbero proteggere. La Siberia è terra di taighe e paludi, di fiumi e steppe ma è, soprattutto, terra sconfinata. Contesa nell’antichità da imperi nomadi, e definitivamente conquistata dai Russi tra il XVI e il XVII secolo, questa terra ha maturato una vocazione all’intolleranza nei confronti di ogni potere, una sorta di anarchia che trova le sue regole solo nelle leggi ferree della natura.

Se in queste favole siberiane, che hanno origine in tempi antichi, il potere da combattere è spesso identificato negli Zar e nei loro aguzzini, nei romanzi di Lilin, vedi Educazione siberiana e successivi, il potere è identificato nel regime sovietico e, soprattutto nella la polizia che di quel regime è la rappresentanza più vicina al cittadino. Nelle storie di ambientazione più recente invece il potere è identificato in una grande e oscura lobby a cavallo tra la finanza mondiale e organizzazioni di criminali, questa volta però disonesti. In altre parole anche se la realtà è rovesciata, anche se si parla di fuorilegge, è sempre chiaro chi sono i buoni e i cattivi. Chi segue la via della corruzione chi quella naturale del rispetto delle regole e del senso sacro della natura.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.einaudi.it
Nicolai Lilin, Favole fuorilegge, Torino, Einaudi, 2017

lunedì 13 marzo 2017

MARTA RUSSO - Il mistero della Sapienza - di Mauro Valentini

Finito di leggere, chiudo il libro di Mauro Valentini. Sulla copertina riappare il bel volto di Marta che mi ha fatto compagnia nei giorni della lettura; appaiono di nuovo i suoi occhi malinconici, in cerca di un futuro difficile da scorgere. In quella foto sembra quasi presaga del fatto che qualcosa non sarebbe andato secondo i progetti, secondo le legittime speranze. A rubare il futuro a Marta Russo fu un proiettile autocostruito che, non si sa bene per quale motivo, vagava in un vialetto dell’Università La Sapienza di Roma, il 9 maggio del 1997. Marta stava camminando con Jolanda, una sua compagna di corso. Stavano progettando esami, parlavano di studio, di libri, di dispense da comprare. Dopo un sordo rumore Marta si accasciò al suolo, mentre l’amica, spaventata, cercava di ripararsi dietro le auto da possibili altri colpi. Non è lontana l’eco dei colpi esplosi a Roma negli anni di piombo; è facile, al momento pensare a qualche atto terroristico. In fondo è l’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, e di lì a qualche giorno cadrà l’anniversario dell’uccisione di Giorgiana Masi. Che ci fosse un rigurgito, un colpo di coda di quegli anni tremendi? Intanto Marta giace sull’asfalto della Sapienza e un rivolo di sangue le esce da dietro l’orecchio. La ragazza entrerà in coma profondo e morirà pochi giorni dopo. I suoi organi saranno donati, come da lei generosamente espresso quando era in vita. Quel proiettile sciagurato, malamente acconciato, si è frammentato nella testa di Marta e un piccolo frammento, solo un piccolo frammento, è stato quello che l’ha uccisa.
Università La Sapienza di Roma
Mauro Valentini dopo 40 passi. L’omicidio di Antonella Di Veroli e Cianuro a San Lorenzo. La storia di Francesca Moretti (recensito in questo blog), si dedica, con Marta Russo – Il mistero della Sapienza, alla ricostruzione meticolosa dei fatti e del processo che tra il ’97 e il ’98 sconvolsero l’opinione pubblica, al punto che la vicenda fu seguita con notevole curiosità anche all’estero. A destare tanto scalpore fu l’assurdità del delitto e il luogo in cui questo si è consumato. Il luogo che avrebbe dovuto essere il tempio della cultura, e quindi dell’universalità del genere umano, si trasforma in un luogo di morte a causa di un colpo sparato a caso da una finestra, probabilmente senza movente. Le indagini furono affidate al sostituto procuratore Carlo Lasperanza e al procuratore aggiunto Italo Ormanni. La ricostruzione del fatto si mostrò subito complicata e portò a una conclusione ancora oggi in discussione. Il colpo poteva essere stato sparato da almeno una cinquantina di finestre. Il rilevamento di particelle con lo STUB fu tardivo e messo in dubbio da chi sosteneva che altre particelle simili erano reperibili su varie finestre a causa dell’inquinamento atmosferico. In ogni caso i magistrati individuarono la finestra dell’aula 6, utilizzata dagli assistenti di Filosofia del Diritto, come quella da cui era partito il colpo. Da questo punto l’Istruttoria fu tutta basata sulle testimonianze, tra cui la più famosa e determinante fu quella di Gabriella Alletto. Una testimonianza dapprima reticente e contraddittoria poi tanto meticolosa e puntuale da generare dubbi su come fosse possibile, a distanza di tempo, ricordare tanti particolari. Di lei si ricorda un drammatico interrogatorio videoregistrato, in cui è chiara una forte pressione sulla teste che, come altri in questa istruttoria, è trattata più come indagata che come persona informata sui fatti. A quell'interrogatorio, in cui l’Alletto nega di essere stata nell'aula 6, ne seguirà un altro in cui la teste descrive minuziosamente l’accaduto.

Circa nove mesi dopo l’uccisione di Marta, venne ritrovata casualmente, a seguito di lavori idraulici, in un’intercapedine dell’edificio del Rettorato, una Beretta calibro 22, lo stesso calibro che uccise la studentessa. In realtà non fu possibile, visto lo stato del reperto, effettuare dei rilievi che consentissero di stabilire un nesso con l’uccisione della ragazza. Qualcuno ipotizzò che fosse l’arma che aveva ucciso nel ’77 Giorgiana Masi, ma oltre a confondere le acque e a ipotizzare un pur labile collegamento tra le due morti, il ritrovamento non portò a nulla. Sarà la testimonianza di Gabriella Alletto a incidere pesantemente sulle decisioni della Corte che inflisse agli assistenti di Filosofia del Diritto Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro le condanne per omicidio colposo e favoreggiamento. Quando venne resa pubblica la cassetta videoregistrata con l’interrogatorio in cui l’Alletto nega quanto poi ritratterà, si scatenarono i media che cavalcarono un’onda innocentista con la stessa isteria collettiva con cui appena un mese prima cavalcavano quella colpevolista, convinti com’erano tutti dalle traiettorie e dalle particelle di bario. Ma nulla fermerà i PM, il processo continuerà nel suo percorso segnato.
Valentini ricostruisce con dovizia di particolari sia le fasi istruttorie che gli sviluppi processuali, mettendo in luce le falle e le contraddizioni delle indagini e del dibattimento. Ma nella narrazione, come è sua consuetudine, dimostra sempre grande rispetto e sincera umanità nei confronti di tutti i protagonisti di questa vicenda che, da quel 9 maggio, hanno visto le loro vite sconvolte. L’aspetto più interessante del libro è dato dagli scenari ipotizzati in alternativa a quelli prospettati dai due PM che, tra l’altro, subirono nel 2000 un processo per presunte irregolarità commesse nel corso dell’interrogatorio di Gabriella Alletto. I giudici furono scagionati per insussistenza del fatto, ma la vicenda lascia ancora dubbi. Quello più atroce è espresso nella prefazione del libro da Sandro Provvisionato in tre parole. Si tratta delle tre parole che sovvertono la regola aurea dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio” per sposare quella irragionevole ma purtroppo riconosciuta, del “libero convincimento”. Tre parole “innamoramento della tesi”.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.soveraedizioni.it
Mauro Valentini, Marta Russo – Il mistero sella Sapienza, Roma, Sovera Edizioni, 2016 

lunedì 23 gennaio 2017

ANATOMIA DI UN SOLDATO di Harry Parker

Gli oggetti hanno un senso perché noi attribuiamo loro una funzione, parliamo di loro, ne raccontiamo la storia. Ma quando sono gli oggetti a raccontare, vuol dire che ci troviamo in un mondo sbagliato, capovolto, un mondo in cui l’uomo ha perso il suo primato di ordinatore. È il mondo di una follia collettiva: è il mondo della guerra, un luogo frantumato, dove per costruire una storia devi raccogliere i pezzi di una realtà deflagrata e dove, tra questi pezzi, trovi spesso parti di corpo umano. L’interezza può essere raccontata dall’uomo, ma quando questa viene meno la parola passa agli oggetti, inerti, che ci circondano, perché loro hanno una qualità estranea all’uomo: sono innocenti.
 
Elaborazione da immagine Pixabay
La guerra di cui stiamo parlando è quella del soldato Tom Barnes capitano dell’esercito britannico di stanza in Afghanistan. Tom resta gravemente ferito, saltando su uno IED (Improvised Explosive Device) perde una gamba, mentre l’altra è fortemente compromessa, e riporta altre ferite in tutto il corpo. È La storia drammaticamente autobiografica dell’autore del libro: Harry Parker. Nel racconto però la parola è lasciata agli oggetti, un oggetto diverso per ognuno dei quarantacinque capitoli del libro. Quarantacinque punti di vista diversi, dannatamente oggettivi, e qui il gioco di parole è dovuto. Il racconto passa dallo zaino agli anfibi, dalla tasca di pronto soccorso alla batteria che innesca il detonatore, dall’interruttore per chiamare l’infermiere al visore notturno, dalla borsetta della madre di Tom alle protesi che dovrà indossare. La narrazione, a seconda dell’oggetto narrante, a volte è in terza persona altre volte in seconda persona, ma ciò che dà compattezza e uniformità al racconto in questa frammentazione di persone e punti di vista è una salda focalizzazione zero. Ogni voce narrante è onnisciente e restituisce una parte della storia, un aspetto del dolore, affinché il lettore possa ricomporne l’interezza. Quello che vuole rappresentare Parker è proprio l’idea di dissezione della realtà. Il racconto deve avere la freddezza del tavolo autoptico, ma nello stesso tempo trasmettere tutto il calore dello strazio, delle emozioni, dei sentimenti. La narrazione in seconda persona, in particolare, è riservata a quegli oggetti che hanno con Tom un rapporto più stretto, intimo direi, come per esempio il pulsante che serve a chiamare l’infermiere in un momento di sofferenza fisica, il catetere che penetra nell’uretra, la miscela nella sacca di plasma, o addirittura un non-oggetto (bensì creatura vivente, sebbene di infimo livello) come lo zigomicete che causerà l’infezione e quindi l’amputazione dell’altra gamba. Questo un passo narrato dal tubo che gli permette di respirare.

Il tuo piede sinistro non c’era più e dal polpaccio spuntavano schegge di osso. La tua gamba destra era aperta lungo l’interno e aveva delle ferite gonfie, glutinose in superficie. Il polpaccio destro era scomparso. Le braccia erano crivellate di buchi e sanguinavano. Il mignolo era appeso alla mano solo per un tendine. Sull’inguine avevi una ferita netta e lucida da cui colava sangue. Un testicolo era aperto in due, deformato e alieno. (Traduzione di Martina Testa).
Roma, 8-12-2016 - Harry Parker presenta il suo libro a Più libri - Fiera della piccola e media editoria.

 Il soldato Tom Barnes, viene chiamato per tutto il romanzo con il suo numero di matricola BA5799, quasi a sottolinearne la spersonalizzazione, quasi a voler ridurre anche lui ad oggetto. In questo modo l’autore prende le distanze da qualcosa di troppo personale e la guerra viene vista come dentro un acquario. L’effetto finale però, anziché allontanare il lettore, lo mette di fronte alla tragedia in tutta la sua interezza. Il no comment suggerito dalla scelta narrativa induce chi legge a prendere posizione, a lasciarsi coinvolgere da eventi lontani percepiti solo da qualche notiziario.  La vicenda di Tom, narrata con continui sbalzi spazio-temporali, si intreccia con quella delle persone che gli sono vicine e con quella dei nemici. Le figure che emergono dall’acquario sono tutt’altro che fredde: esse hanno paura, coraggio, rabbia, speranza. Particolarmente belli i personaggi di Latif e Faridun: due amici adolescenti coinvolti nella tragedia della guerra. Latif che collabora con i ribelli e Faridun la cui famiglia collabora con gli eserciti stranieri. Inutile dire che da questa situazione non usciranno vincitori, ma solo la consapevolezza delle proprie scelte e l’accettazione del proprio destino. “Non cambierei quello che mi è successo” dirà Tom alla madre “Ormai è parte di me”. Accettare il proprio destino con convinzione, anziché con rassegnazione, può essere l’atto più eroico di un uomo.
© Maurizio Ceccarani 2017  

www.edizionisur.it
Harry Parker, Anatomia di un soldato, Roma, SUR, 2016

lunedì 2 gennaio 2017

LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti

Melville, Conrad, Defoe, Kipling hanno reso il mare non solo scenario di avventura, ma anche personaggio, metafora, presenza tanto ingombrante quanto necessaria allo sviluppo delle loro storie. Il mare nella letteratura ha avuto sempre un posto di primaria importanza ed è stato lì, tra le pagine, a svolgere un ruolo che va ben oltre la semplice ambientazione. La stessa cosa non capita per la letteratura di montagna che, quando non è manualistica, è memorialistica o celebrativa, spesso inquinata da elementi di retorica morale o spirituale. Di romanzi in cui la montagna si presenta come vero motivo esistenziale, privo degli orpelli tipici del genere non ne ricordo molti: i primi che mi vengono in mente sono Il monte Analogo di René Daumal e Il silenzio, una storia dalla montagna di Max Frisch (guarda pure Montagne di parole in questo blog). Anche in questi, comunque, c’è sempre un bisogno di conquista che si converte in una scoperta interiore. In effetti il bisogno di conquista è insito nella verticalità della montagna, non si può sfuggire all'esplicito invito dell'apicalità, alla provocazione della vertigine. Una montagna si scala semplicemente perché è lì, direbbe George Mallory. Anche se spesso questo percorso verso l’alto si trasforma nell'esplorazione delle più recondite profondità dell’animo umano. 
Monte Rosa - Immagine Pixabay
Ne Le otto montagne di Paolo Cognetti non si avverte tutta questa necessità di arrivare in cima, bensì si percepisce un bisogno di vivere la montagna, di lasciarsi prendere, fino a perdersi in essa. La storia è quella di una grande solidarietà maschile alla presenza di un grande personaggio femminile. Pietro e Bruno, un bambino cittadino e un bambino valligiano diventano amici, condividono scoperte e segreti. In particolare Pietro, grazie alle esperienze che vive con il suo amico, inizia a vedere la montagna in modo diverso, a dare a questa un senso profondo: Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa. La loro amicizia si consoliderà nel tempo fino a divenire un legame fortissimo, al cospetto del grande personaggio femminile: la montagna, appunto. Essa si presenta come madre non solo in senso metaforico ma direi quasi fisico. Non a caso essa accoglie, nutre, protegge, rimprovera, minaccia. I due ricostruiscono una baita in alta quota, con pochi materiali, lì vivranno spartanamente giorni memorabili, seguendo i ritmi circadiani e stagionali, si immergeranno in quella natura fino a confondersi con la montagna stessa, quasi un ritorno al ventre materno, a un ambiente ancestrale. Tra gli autori letti dai due non è un caso che spunti Murray Bookchin, l’anarchico teorico dell’ecologia sociale vista come superamento dei limiti dell’ambientalismo.
 Una vita del genere è frutto di una scelta non facile, per chiunque, e ciò coinvolge le altre figure femminili che danno dinamica alla storia. Esse consigliano, stimolano, proteggono, ma soprattutto subiscono le scelte degli uomini. La montagna non è solo Madre è anche Moira, destino che pretende sacrifici, distacchi, ritrovamenti, prezzi da pagare. Ma che sempre, in qualche modo, lascia una preziosa ricevuta al dolore sofferto: la conoscenza. Pietro e Bruno si separeranno e si ritroveranno più di una volta. Pietro preso dai suoi viaggi e dal suo lavoro, Bruno preso da un progetto tanto bello quanto ardito per le sue capacità. In questo lasciarsi e ritrovarsi, per una strana triangolazione con Bruno, Pietro capirà cose del proprio padre che non aveva mai accettato o capito quando questi era in vita. In questa storia di amicizia, tenerezza, passione, raccontata con una prosa mirabile, inutile dire che l’ultima parola spetterà alla montagna, e sarà tanto illuminante quanto definitiva, da non rendere necessario alcun ritorno.
© Maurizio Ceccarani 2017


www.einaudi.it
Paolo Cognetti , Le otto montagne, Torino, Einaudi, 2016

martedì 15 novembre 2016

COME SUGLI ALBERI LE FOGLIE di Gianni Biondillo

Il Novecento è stato definito da Hobsbawam “secolo breve” per la concentrazione, in una settantina d’anni, di avvenimenti di portata eccezionale che hanno condotto a svolte e ribaltamenti dello status politico ed economico dell’Europa, in primis, e del resto del pianeta di conseguenza. Si può pensare anche a un secolo breve per la velocità  con cui è trascorso, o meglio  (Bergson insegna) con cui è stato percepito. Un addensarsi di avvenimenti, complessi e articolati, sviluppatisi tanto velocemente da rendere necessarie più riflessioni per capirne le interazioni e i rapporti causa-effetto. In altre parole è necessario ruminare gli anni, cercare di riviverli, centellinarli a bocce ferme, per prendere coscienza di quel tratto di storia. D’altronde è all’insegna della velocità, e della tecnologia che la rende possibile, che nasce il secolo, e i Futuristi, innegabili padrini dell’ultimo secolo del millennio, hanno dato il loro valido contributo in tal senso. Il romanzo di Gianni Biondillo Come sugli alberi le foglie può aiutarci in questo ruminare il passato, almeno per quanto riguarda i primi anni del secolo: proprio quegli anni che hanno impostato i rapporti di forza delle classi sociali, le ideologie politiche e le correnti culturali del resto del Novecento. 
Fronte italiano - residuato della Grande Guerra
Cento anni fa moriva Antonio Sant’Elia, architetto di grande talento e di non comune lungimiranza. Moriva sul Carso, guidando i suoi uomini in un assurdo quanto inutile assalto, voluto da Cadorna e dallo Stato Maggiore. Il nome di Sant’Elia sfugge ai manuali scolastici e lo si rintraccia giusto nei testi specialistici, ma il libro di Biondillo restituisce alla memoria oltre che la figura di un innovatore dell’urbanistica e delle tecniche di costruzione, anche quella di un uomo di grande spessore e di rara umanità. Questo è Come sugli alberi le foglie la scrupolosa, anche se romanzata, biografia di Antonio Sant’Elia. In realtà, però, è molto di più: è la storia del primo ventennio del secolo, proprio di quei venti anni che hanno impresso al secolo l’accelerazione che lo ha caratterizzato, quella velocità che lo ha reso breve e doloroso. Sant’Elia progetta la “Città Nuova”, uno studio che ancora oggi può far impallidire il più ardito degli architetti; questa opera lo avvicina al gruppo futurista di Marinetti che gli chiede di scrivere il Manifesto dell’Architettura Futurista. Sant’Elia aderirà poco convinto al gruppo che trova eccessivo e contraddittorio, ma che ritiene anche essere l’unica ventata di innovazione dell’epoca. 
Elaborazione grafica da: Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio
Il romanzo si sviluppa su piani temporali diversi, in un contino di flashforward e flashback, tra i momenti cruciali della guerra e gli anni che l’hanno preceduta. Anni in cui il movimento futurista e quello interventista si fusero in un coacervo di idee e ideologie, di innovazioni sognate e sperimentate, di proclami, di risse, di tentativi abortiti e di opere che passeranno alla storia. La narrazione cattura lentamente; quella che in un primo momento può sembrare un’interessane biografia fa poi trovare il lettore al centro delle discussioni che coinvolsero animatamente Marinetti, Boccioni, Balla, Carrà, Sironi, Erba e tutto il loro entourage artistico e politico. Il pregio maggiore di questo libro è che, grazie a un lavoro straordinario di documentazione da parte dell’autore, i personaggi parlano e agiscono come, con altissima probabilità, avrebbero potuto fare nella realtà. In questo modo il lettore viene proiettato in quell’epoca inquieta, entra nel vivo di una storia e della Storia. Nel corso della narrazione, oltre al principale nucleo futurista e allo stesso Sant’Elia, elemento trainante del romanzo, incontriamo altre illustri persone-personaggio: Emilio Salgari, Emilio Lussu, Benito Mussolini, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Medardo Rosso, Scipio Slataper, Ardengo Soffici, Alcide De Gasperi, Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa, Karl Kraus, Aldo Palazzeschi, Carlo Emilio Gadda, Robert Musil, Gabriele D’Annunzio, Ada Negri, Anna Kuliscioff, Giuseppe Pagano Pogatschnig, Francesco Cangiullo e molti altri. Manca all’appello il responsabile del verso cui fa riferimento il titolo del romanzo: Ungaretti. Nella storia egli entra indirettamente, solo perché un soldato incontrato in trincea da Sant’Elia porta in tasca un quadernetto dove ha trascritto i versi del poeta. Ma la figura di Ungaretti aleggia su tutto il romanzo, la sua visione tragica e straordinariamente umana della guerra fa da contrappeso alla faciloneria futurista. Il gruppo di Marinetti ubbidì al richiamo irresistibile della guerra - sola igiene del mondo -; molti di loro si arruolarono nel Corpo Nazionale Volontari Ciclisti Automobilisti, molti di loro tornarono, altri no, tra cui Sant’Elia e, proprio a lui, ideatore di una Città Nuova, il destino riservò di progettare il cimitero in cui fu provvisoriamente sepolto.
© Maurizio Ceccarani 2016
www.guanda.it
Biondillo Gianni, Come sugli alberi le foglie, Milano, Guanda Editore, 2016

lunedì 19 settembre 2016

NAPOLI A PAROLE

A parlare di Napoli sbagli sempre. Cadere nei luoghi comuni è dietro l’angolo. Napoli terra di camorra; Napoli mare e sole; Napoli pizza,  mandolino e belle canzoni; Napoli gente generosa del sud; Napoli morta di fatica; Napoli disoccupata;  Napoli perla dell’Illuminismo italiano; Napoli ignorante e plebea; Napoli negra; Napoli americana; Napoli munnezza; Napoli photoshoppata; Napoli fermata metro di via Toledo; Napoli Città della Scienza (bruciata); Napoli eterna promessa, speranza tradita. Napoli è tutto questo e altro ancora; non la si esaurisce con una definizione, con un’etichetta. La natura di questa città è metamorfica; forse proprio per questo si sente il bisogno di fotografarla in un atto, in un gesto che la immobilizzi, per capirla, per vederla meglio e, inconsapevolmente, condannarla ad essere qualcosa che non è. Napoli è una città difficile, ma proprio per questo facile da amare. Propongo qui un percorso di lettura che possa in qualche modo disegnare un bozzetto di questa città. Un percorso è fatto di scelte e pertanto di rinunce. Ci sarebbero decine di altri titoli da proporre la cui ricerca riservo al lettore.
Napoli - Riviera di Chiaia
Curzio Malaparte. Cominciamo con uno scrittore molto discusso, inviso a parecchi suoi colleghi (tra i quali primeggia Raffaele La Capria), ovvero Curzio Malaparte. Nel suo La Pelle lo scrittore, volontario dell’Esercito Cobelligerante Italiano e Ufficiale di collegamento del Corpo Italiano di Liberazione con gli Alleati, mette in luce la contraddizione dello status degli Italiani. Essi infatti si trovavano ad accogliere come liberatori i loro nemici e a unirsi a questi indossando divise recuperate dai soldati morti proprio per mano degli Italiani stessi. La divise erano state opportunamente ritinte per fa scomparire le macchie di sangue. L’onore di essere tra i primi liberati, dice Malaparte, tocca proprio ai suoi poveri napoletani, che però non si sentono né vinti, né liberati. Quasi su Napoli aleggiasse una qualche specie di sortilegio, la consapevolezza che nulla può cambiare; una sorta di maledizione che solo lo spirito partenopeo può fronteggiare. L’iter narrativo de La Pelle non si esaurisce con Napoli, ma in questa città sviluppa le sue pagine più belle. Pagine di una crudezza esagerata, molto criticata, ma che sola può rendere una devastazione che supera i limiti temporali della guerra e  che sembra un’eredità di secoli, destinata a proiettarsi nel futuro. Il realismo di Malaparte, nella sua estremizzazione, non diventa surrealismo, bensì iperrealismo. Propongo di seguito una delle pagine meno “forti” del libro ma che, per un certo suo lirismo, traccia un profilo della città doloroso e compassionevole.  

Soffiava dal mare il chiaro vento di greco, e un odor fresco di sale tagliava l’aria fetida dei vicoli. Pareva di udir trascorrere sui tetti e sulle terrazze quel fremito di foglie, quel lungo nitrito di puledri, quell’innumerevole riso di fanciulle, quei mille suoni giovani e felici che corrono sulla cresta del grecale. Il vento entrava nei panni, appesi ad asciugare alle funi tese attraverso i vicoli, come una vela. S’alzava da ogni parte uno strepito d’ali di colombe, un frullo di quaglie nel grano.
Seduta sulla soglia dei tugurii, la gente ci guardava in silenzio, seguendoci a lungo con gli occhi: erano bambini quasi nudi, erano vecchi bianchi e trasparenti come funghi di cantina, erano donne dal ventre gonfio, dallo smunto viso del color della cenere, ragazze pallide e scarne dal seno sfiorito, dai fianchi magri. Tutto intorno a noi era uno sfavillar d’occhi nella verde penombra, un ridere muto, un baglior di denti, un gestire silenzioso: quei gesti fendevano quella luce d’acqua sporca, quella spettrale luce d’acquario che è la luce dei vicoli di Napoli al tramonto. La gente ci guardava in silenzio, spalancando e chiudendo la bocca come fanno i pesci. (Malaparte Curzio, La pelle).
Anna Maria Ortese. Altra scrittrice amata e odiata per il realismo e la crudezza con cui racconta Napoli è Anna Maria Ortese. Il mare non bagna Napoli, uscito nel 53’ con una presentazione di Vittorini, fu visto come un libro contro Napoli. Una città stremata dalla guerra, e che pensava alla ricostruzione, non accettava di vedere la sua squallida realtà, pur vissuta quotidianamente, rappresentata nella freddezza oggettiva della pagina. I racconti e i reportage del libro della Ortese imbarazzano, per motivi diversi da quelli di Malaparte, ma più o meno nella stessa misura, perché riconducono a verità che per pudore si vogliono celare. L’autrice confessa, nella prefazione alla nuova edizione del libro, uscita più di quarant’anni dopo per i tipi di Adelphi, che il Mare fu motivo di un lungo esilio da Napoli, una ferita mai completamente rimarginata. Potremmo aggiungere che fu il libro giusto pubblicato nel momento sbagliato, forse profetico, visto che ancora oggi non possiamo evitare, parlando di questa città, la parola emergenza. Un’idea della situazione di alcune zone della città negli anni cinquanta la danno le pagine con cui la Ortese ci parla della sua visita al III e IV Granili, un enorme edificio che ospitava cinquecentosettanta famiglie per un totale di circa tremila persone tra sfollati, senza casa e disperati di ogni genere.

C’era in questa stanza, e precisamente il 258 B, un odore persistente di feci, raccolte in vasi nascosti, lo stesso che riscoprimmo in quasi tutti questi locali. Dovevano, questi vasi, trovarsi dietro i tramezzi fatti di carta da imballaggio o brandelli di coperte, che dividevano l’ambiente, a non più di un metro dal suolo, in due o tre alloggi. La donna mi aveva guardato le mani, con un occhio nero, reso losco dallo strabismo, e visto ch’erano vuote aveva mostrato un’aria delusa. Le dame dell’aristocrazia napoletana mandano di tanto in tanto qualche pacco, lo straniero che giunge qui a mani vuote non può essere considerato che un nemico o un pazzo. Lo capii solo lentamente.
«Questa signora» disse la Lo Savio «è venuta a vedere come state. Vi può essere utile. Raccontate, raccontate, figlia mia».
Quel cattivo sguardo strabico mi cadde ancora addosso, scendendomi nel collo come un liquido viscido. Poi, vincendo il peso e la stanchezza della enorme carne che l’ammantava, la De Angelis Maria disse con una voce lamentosa, sgradevole, come se fosse carica di schifo, ma anche annebbiata da un forte sonno: «Avutàteve…».
A piede di un materasso disteso per terra, c’erano delle croste di pane, e in mezzo a queste, muovendosi appena, come polverosa lanugine, tre lunghi topi di chiavica rodevano il pane. (Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli).
Napoli - Cimitero delle Fontanelle
Raffaele La Capria. Ma cambiamo genere. Con Raffaele La Capria entriamo in un’altra Napoli. Ci allontaniamo dai tuguri e ci inoltriamo nelle stanze della buona borghesia. Con Ferito a morte ci lasciamo cullare dal dolce far niente di giovani che frequentano il Circolo Nautico e il bar Middleton, in una sorta di sospensione temporale, immersi nell’azzurro di una magnifica giornata. Sono pagine dove sembra non accada nulla d’importante, ma dove invece si consumano esistenze inconsapevoli, dove la vita sfugge mentre si sta facendo un’altra cosa. Salvo poi rendersi conto che la grande occasione è persa, che la spigola che stavamo cacciando è stata mancata dalla fiocina e indisturbata si è allontanata perdendosi nel blu profondo del mare a largo di Palazzo Donn’Anna. Ferito a morte è un libro di flussi di coscienza, espressi in una magistrale prosa non priva di sperimentalismi, che narra di un ceto sociale ben diverso da quelli trattati nelle precedenti citazioni. Non è un caso che lo stesso La Capria abbia espresso il suo dissenso e la sua lontananza estetica da Malaparte (La Capria, Malaparte in Esercizi superficiali, Milano, Mondadori, 2012), rifiutando proprio quegli aspetti più estremi e morbosi che invece fanno de La pelle un libro unico. Se per molti commentatori i personaggi di Ferito a morte sono proprio il modello di quel ceto sociale che non ha saputo vincere la scommessa del dopoguerra partenopeo, è pur vero che La Capria restituisce alla città, e alla napoletanità, una dimensione esistenziale che supera il problema della sopravvivenza. In particolare pacifica il rapporto uomo-paesaggio; restituisce all’ambiente quella funzione magica e forse anche un po’ anestetica che spesso serve da balsamo a lenire i dolori.

Nel dormiveglia Massimo si gira e si rigira tra le lenzuola mentre il sogno si dilegua dimenticato. Prima impercettibili, quasi pensati, e man mano più precisi, gli arrivano ad intervalli regolari i colpi del maglio. Le palafitte che avanzano dalla spiaggia, sul mare, fin sotto il palazzo. I due uomini sulle traverse, che prendono fiato, gli pare di sentirli, di vederli, e dopo un oooh! dal profondo del petto, coi muscoli della schiena contratti, guizzanti sottopelle, sollevano a quattro braccia il maglio pesante. Sospeso un attimo sulle teste, nel cielo un attimo come un rito, poi toc! sul palo. La punta aguzza penetra nella sabbia a dunette del fondo, ogni colpo è una pietra che cade nel lago azzurro del mattino. I cerchi si allargano confusi con quell’oooh sospirato, annunciano ogni anno che l’estate è venuta. Può dire dalle vibrazioni di quei colpi nell’aria com’è fuori il tempo, e sente la grande giornata ferma sulla città, il palazzo che naviga nel mare, la luce che preme sulla finestra e scoppia dalle fessure delle imposte. Apre gli occhi. Oscilla sulla parete bianca il grafico d’oro, trasmette irrequieto senza soste il messaggio: è una bella giornata – bella giornata. (Raffaele La Capria: Ferito a morte).
Erri De Luca. Anche se è più facile incontrarlo su una via di roccia delle Dolomiti che ai Quartieri spagnoli, Erri De Luca ha un cuore indubbiamente napoletano e ha saputo interpretare in modo personalissimo questa città, rendendola scenario tenero e drammatico di molte delle sue storie. Nel suo romanzo d’esordio, Non ora, non qui, Napoli diventa flusso di memoria. Si tratta di una Napoli che sta cambiando in fretta, che cerca un riscatto nel dopoguerra; una Napoli caotica che non si riconosce più nel popolo dei vicoli, né nella cartolina del Golfo. Nel breve romanzo i tempi narrativi si incrociano, la memoria segue i suoi percorsi in una città che se da un lato risveglia ricordi e alimenta appartenenza, dall’altro allontana e si allontana, incomprensibile, dolorosa, difficile da decriptare. La prosa di De Luca conferisce a Napoli una funzione letteraria nuova e una dignità diversa: moderna. Napoli è una condizione dell’animo, teatro di pensieri e azioni che solo lì hanno possibilità e senso di esistere.

Una cosa vedevo accadere nella città, non era solo il disagio di una piccola persona confusa dal non essere più un bambino. La conoscevo dal vicolo per una città immobile, messa a strati, stipata. Conoscevo la febbre di sempre, di quelli che non vogliono più essere poveri. Ma aveva preso a correre a fior di pelle un’incitazione nuova, un richiamo a sbrigarsi. Senza nessuna occasione apparente ferveva nei poveri un’urgenza. Non altro potevo vedere, se non l’applicarsi di un consiglio misterioso e raccolto da tutti: abbiate fretta. Sui marciapiedi non si cedeva il passo, non ci si toglieva il berretto, non si sfuggiva il poliziotto. I poveri avevano smesso le buone maniere della pazienza e della paura, vestivano meglio. Nel mio vicolo le donne erano strilli. Non le capivo quando la collera saliva dalle viscere su per la gola agli occhi. Intendevo invece i loro gridi per chiamarsi a distanza e mi piaceva la cantilena di un nome gridato dal selciato fino all’ultimo piano, nomi di molte lettere preceduti da un titolo e proseguiti in un diminutivo: donna Cuncetti – naa. Poi, stabilitasi la comunicazione sopra il frastuono, seguiva un dialetto secco di sillabe avare e notizie brevi. (Erri De Luca: Non ora, non qui).
Napoli - Fermata metro di Via Toledo
Andrej Longo. Anche la città di Andrej Longo è moderna, anzi direi che a leggere L’altra madre ti sembra di essere appena sceso a Napoli Centrale e di cominciare a passeggiare per la città. Quello che si vede, e che si sente (la prosa di Longo è una magistrale fusione di italiano e dialetto) è esattamente ciò che vedi e che senti camminando per Napoli. Ma la quotidianità è spesso attraversata da vicende assurde e dolorose che accadono per fatalità o per necessità, vicende di microcriminalità e macrodisperazione. Uno scippo finito male mette in moto una macchina narrativa in grado di mostrarci il doloroso percorso di sentimenti ed emozioni che ci consegnano personaggi di grande spessore umano, degni proprio di questa particolare città. Per conoscere meglio questo romanzo rimando al post del 6 giugno 2016 (L’altra Madre di Andrej Longo)

 Genny, intanto, schizza tra due macchine, sorpassa un autobus sulla destra e continua a manetta.
 «Vai, che ce l’ammo quasi fatta» grida Salvatore.
 Bell’e buono però si sente una sirena
 Ma cher’è ‘sta sirena?
 Si volta un momento a guardare.
 E che sfaccimma. Questi mò ci fanno. Ce amma ‘nventà quaccosa.
 «Ci sta una scalinata qua dietro» dice Salvatore. «Sò cinque sei gradini, tu sì capace».
 Genny fa cenno di sì.
 «Allora vot’a destra. E speramm’a Maronna!»
 Genny s’infila dalla parte che ha detto l’amico.
 È ‘na sradella stretta con le macchine parcheggiate a come viene. Genny se la fa senza rallentare. Ma dietro la polizia non li molla. Prova pure a superarli, ma lo spazio non è abbastanza.
 Una curva a sinistra e di colpo la strada comincia a scendere .
 E là, in fondo alla discesa, ecco le scale che s’avvicinano.
 Genny accelera ancora. Salvatore si stringe a lui con tutte e due le braccia. Chiude pure gli occhi per non guardare.
 Lo scooter si stacca da terra.
 Per un momento pare proprio che vola.
 Poi di colpo atterra sulla strada. Fa ‘na mezza sbandata e sembra finire in faccia a muro. Ma Genny mette un piede a terra, fa un poco di controsterzo e lo controlla. E poi subito riprende la corsa. (Andrej Longo: L’altra madre).
Prima di chiudere questo post, e consapevole delle esclusione inevitabile di tanti altri talenti che hanno raccontato Napoli, voglio proporre due liriche, una di un poeta diciamo “antico”, l’altra di un cantautore moderno. Si tratta di Salvatore Di Giacomo e Pino Daniele. Il primo ci dà un’immagine classica di Napoli, un’immagine amata e ancora cercata, un’immagine che pure racconta un aspetto della città. L’altro, benvoluto e riconosciuto interprete della Napoli contemporanea, ce ne consegna un’immagine disincantata e disillusa. Quale sia la vera Napoli è forse da ricercare in una dissolvenza incrociata di questi due testi poetici.
© Maurizio Ceccarani 2016

Salvatore Di Giacomo
Pianefforte ‘e notte

Foto di sfondo © Maurizio Ceccarani 2016


Pino Daniele
Chi tene ‘o mare

Foto di sfondo © Maurizio Ceccarani 2016

BIBLIOGRAFIA
Malaparte Curzio, La pelle, Roma – Milano, Aria d’Italia, 1949
Di Giacomo Salvatore, Pianneforte 'e notte in Poesie e Prose, a cura di E. Croce e L. Orsini,   Milano,  Mondadori, 1977
La Capria Raffaele, Ferito a morte, Milano, Mondadori, 1984
De Luca Erri, Non ora, non qui, Milano, Feltrinelli, 1989
Ortese Anna Maria, Il mare non bagna Napoli, Milano, Adelphi, 1994
Longo Andrej, L’altra madre, Milano, Adelphi, 2016

La canzone di Pino Daniele Chi tene 'o mare è nell'album Concerto 2002, BMG Ricordi s.p.a.